giovedì 27 settembre 2018

Chi siamo



Chi siamo


Il Collettivo Raniero Panzieri è nato sulla scia di un seminario su “Raniero Panzieri e l’operaismo”, che si tiene a Milano fin da febbraio del 2017 con incontri settimanali.
Il seminario è stato organizzato per “…… indagare il tema dell’operaismo. Partendo dalle proposte di Panzieri negli anni 60, attraverso il movimento degli anni 70, fino agli anni 90, quando il disfacimento della rappresentanza democratica nella politica e nel sindacato raggiunge un livello di crisi che perdura ancora oggi. L’analisi di questa crisi affronterà anche il problema del suo rapporto con i cambiamenti della composizione di classe e dei processi produttivi in Italia e della corrispondente evoluzione  del capitalismo italiano in Europa.”
La prima fase del seminario si è conclusa con la lettura e discussione dei testi principali di Panzieri. Nonostante i grandi cambiamenti nei processi produttivi, nell’organizzazione del lavoro e nella situazione politica e sindacale, l’approccio metodologico di Panzieri, radicato concretamente nelle realtà della produzione, del lavoro e della società, è sembrato ai partecipanti al seminario, un approccio ancora valido per l’analisi della situazione Italiana ed Europea di oggi. L’obiettivo da lui indicato ci sembra   tuttora valido ed attuale: la ripresa radicale dei bisogni dei lavoratori, al di là dei  necessari obiettivi riformisti che ne marcano comunque i passi in avanti,  fino al raggiungimento di quella condizione di dualismo di potere tra borghesia e lavoratori, che permette di porre concretamente le condizioni per il cambiamento dei processi produttivi e sociali,  Questo obiettivo non è  mai stato praticato coscientemente ed è  l’unico modo concreto di articolare le lotte dei lavoratori per i loro bisogni con le lotte di tutta la società per modificare le forme ed i rapporti di produzione verso una società adeguata all’uomo.
Inoltre già in Panzieri vi sono notevoli anticipazioni su aspetti dei processi produttivi oggi pienamente in atto, come il ruolo della tecnologia, i nuovi lavoratori tecnologici e l’uscita di molti processi produttivi dalla fabbrica nella società
Il seminario quindi intende proseguire il  lavoro sull’analisi degli attuali processi produttivi e sulla loro incidenza sulla vita dei lavoratori e sulla società.  Con particolare attenzione agli aspetti dell’uso della tecnologia, cui soluzioni, come aveva già rilevato Panzieri, sono rivolte  al controllo completo del processo produttivi  dalla progettazione e  produzione, fino alla logistica e alla distribuzione. E non tanto per migliorare i prodotti, e talvolta neppure la produttività, ma proprio  per pianificare e controllare,  a garanzia dei processi finanziari associati alla produzione  e a scapito dei lavoratori e della società.
In questa ottica la ripresa del seminario nell’autunno cercherà di ampliare i temi fin’ora affrontati ed inoltre di ampliare i contatti a le tutte persone e le organizzazioni che su questi temi già si muovono.
Il seminario non esprime un giudizio comune e consolidato. Le persone che vi partecipano in gran parte non sono interne ad organizzazioni preesistenti e portano nel seminario le loro idee e le loro conoscenze, che  sono anche esperienze concrete di lavoro.
Il seminario si appoggia alle strutture di Rosso che, da compagni non settari, ci ospitano e partecipano, senza nessuna pretesa di controllo politico. Il seminario non ha quindi una conclusione preventiva e il gruppo lavora con posizioni distinte e con completa autonomia nella sua ricerca. Per questo invitiamo altre persone e altri gruppi a partecipare e speriamo di essere invitati alle loro iniziative e  di ricevere le informazionie e i risultati  del loro lavoro.

sabato 8 settembre 2018

Raniero Panzieri di C. Pianciola presentato da A Berardinelli

Bisogna rileggere Panzieri per capire come sono nate le due sinistre italiane
A cinquant’anni dalla scomparsa di Raniero Panzieri (Roma 1921-Torino 1964), che fu dirigente socialista, condirettore della rivista Mondo operaio, poi collaboratore della Einaudi e fondatore dei Quaderni rossi, Cesare Pianciola gli dedica un breve libro.


Karl Marx
A cinquant’anni dalla scomparsa di Raniero Panzieri (Roma 1921-Torino 1964), che fu dirigente socialista, condirettore della rivista Mondo operaio, poi collaboratore della Einaudi e fondatore dei Quaderni rossi, Cesare Pianciola gli dedica un breve libro: “Il marxismo militante di Raniero Panzieri” (Centro di Documentazione di Pistoia, 88 pp., 10 euro). Per un paio di settimane l’ho tenuto a portata di mano osservando ogni tanto la foto di copertina. Panzieri è seduto, sporto in avanti con i gomiti sulle ginocchia e la sigaretta fra le dita. Il suo profilo è incisivo, arguto, tagliente, l’espressione attenta ma anche naturalmente ironica. Tutta la sua figura esprime dinamismo e una scattante mobilità di solito assente nei dirigenti di partito, che tendono piuttosto a un certo statico, autorevole compiacimento per il proprio ruolo. Se non deduco male da questa immagine, si vede che per Panzieri la partecipazione politica era – doveva essere – divertente e vivace, animata da una prontezza di spirito e da un’arguzia intellettuale in cui non sembra assente qualcosa di simile all’inventività artistica.

La copertina mi attraeva, il contenuto un po’ meno. I primi anni Sessanta, la scoperta della nuova classe operaia Fiat, la riscoperta di Marx, le origini di una “nuova sinistra” italiana prima del ’68 e infine i miei anni di ventenne universitario che cerca di capire società, letteratura e politica – tutto questo non mi suscita particolari nostalgie. Il marxismo come filosofia dominante, considerata allora storicamente insuperabile, trasmette oggi una sensazione claustrofobica. Tutte le altre tendenze di quegli anni, neopositivismo, fenomenologia, esistenzialismo, pragmatismo, e le più diverse scienze umane, sembrava che non avessero pieno diritto di esistenza se non come integrazioni laterali e aggiornamenti del marxismo. La maggioranza degli intellettuali europei, tra eresia e ortodossia, estremismo, moderatismo, o perfino sostanziale indifferenza, accettavano una tale filosofia, teoria o scienza anticapitalistica come una necessità naturale.

Oggi però la situazione non è migliore. Il capitalismo, benché in crisi, trionfa in tutto il mondo, anche nei paesi ex comunisti, dove assume le forme più primitive e brutali. Insomma: il capitalismo, reso onnipervasivo e potenziato dalla rete, è tutt’altro che tramontato: è invece sparita o giudicata obsoleta la sola scuola di pensiero che ne avesse fatto materia privilegiata di studio e di critica. A diffamare e liquidare anche gli aspetti più vitali dell’analisi di Marx è stato il comunismo. Sono stati i partiti e i paesi comunisti (nonché qualche terrorista) a trasformare una cultura critica in una dottrina criminosa e totalitaria.

Nel frattempo la filosofia, le culture filosofiche, quando non si limitano all’analisi del linguaggio e allo studio della mente, cadono in caricaturali eclettismi e in restaurazioni esibizionistiche, nonché poco credibili, della tradizione metafisica e teologica. Ormai non solo Marx, anche altri smascheratori di ideologie, come Kierkegaard e Nietzsche, sono oggi disinnescati e messi fuori gioco.

Ricordare Raniero Panzieri e gli anni nei quali il suo “neomarxismo” rappresentò una novità liberatoria richiede oggi uno sforzo di immaginazione. Per qualche tempo, nelle riunioni torinesi di Quaderni rossi i giovani che progettavano di usare Marx come il sociologo fondamentale per capire la classe operaia e la fabbrica, convissero con altri che lo leggevano come il teorico che garantiva carattere rivoluzionario a ogni comportamento operaio privo di mediazioni sindacali e partitiche. Da un lato l’empirismo dell’inchiesta per definire le modalità della lotta, dall’altro le nude e rigorose deduzioni teoriche secondo cui era comunque giusta ogni forma di lotta spontanea.

Le opzioni e le discussioni di allora, che hanno continuato a dividere per vent’anni la sinistra nata negli anni Sessanta, sono ormai così remote che qualcuno farà fatica a capirle e magari le vedrà come varianti di un comune “operaismo”. Il saggio di Pianciola ricostruisce con chiarezza la situazione culturale e politica in cui Panzieri emerse come una specie di “Socrate socialista”. Intorno a lui, Tronti e Asor Rosa, Rieser e Salvati, Fortini e Renato Solmi. In appendice al suo saggio, Pianciola aggiunge una piccola antologia di ricordi, testimonianze e giudizi. Asor Rosa nel 2005 scrisse che i Quaderni rossi hanno rappresentato nel 1961 “il momento della rottura del monolitismo della tradizione socialcomunista (…) un dato positivo, anzi quasi miracoloso tenendo conto della gabbia molto forte che, non solo culturalmente ma anche organizzativamente, quella tradizione possedeva”.

Fofi nel 1988 scriveva che “troppe cose sono cambiate perché quelle dispute possano sembrare ancora attuali. Il proletariato di fabbrica, la ‘classe’ (…) ha lottato per il benessere, e non per il socialismo; la società vede oggi composizioni corporative cui rispondono interessi diversi mediati dalla politica e dai sindacati; la prepotenza dei mezzi di comunicazione di massa ha inverato molte previsioni orwelliane, anche se non nei termini di ‘1984’ (…) la massima internazionalizzazione di un capitale sempre più finanziario; le nuove tecnologie e la rivoluzione elettronica e computeristica; il fallimento dei movimenti o il loro recupero. (…) Sono tutti elementi di una trasformazione rapida e allora, nei primi anni sessanta, imprevedibile”.